l’appello dei vari relatori UCID
Carpinetti: «Basta lamenti e richieste, dobbiamo fare» Ferro: «Le tasse? Falso problema»
Basta
lamentarsi, ci sono almeno 20mila imprese in Italia che possono
competere sui mercati internazionali. Basta spendere tutte le energie
istituzionali nel chiedere tagli di tasse e cunei vari: bisogna
rimboccarsi le maniche perché «non stiamo messi peggio di altri grandi
Paesi» e perché «le nostre aziende hanno dimostrato nel contesto
difficile degli ultimi anni di avere conservato creatività e talento».
D’accordo,
il contesto è l’«Arsenale della Pace» di Torino, profetico e felice
ossimoro di Ernesto Olivero. Ma provoca un leggero smarrimento - nel
clima di conflittualità e di antipolitica che impregna da mesi il
dibattito nel Paese - sentire parole d’ottimismo da una categoria spesso
autodefinitasi «in trincea» come quella degli imprenditori.
Eppure,
a interpellare i vertici dell’Ucid nel 60° anniversario
dell’associazione sui temi di stretta attualità, quello che se ne ricava
è un pacato invito a piantarla con i piagnistei e a guardare avanti.
Caro Matteo Colaninno, sembra dire ad esempio il delegato per il
Movimento Giovanile, Alberto Carpinetti, al collega e
amico che guida i giovani di Confindustria riuniti in questi stessi
giorni a Capri: «Come imprenditori abbiamo delle fortune che altri non
hanno: più che chiedere dobbiamo fare».
E in tale prospettiva gli
imprenditori cristiani possono essere quella «minoranza creativa»
l’espressione è di BenedettoXVI, nell’invito che ha fatto lo corso anno
in udienza privata agli ucidini - che così Carpinetti
declina: «Il dono di avere delle responsabilità professionali e dei
forti valori morali ci danno davvero delle opportunità in più che
dobbiamo mettere al servizio della società».
In perfetta sintonia Giancarlo Abete,
presidente della Figc e vicepresidente dell’Ucid: «Il doppio ruolo
dell’imprenditore è da una parte quello di creare profitto, e questo
vuol dire un’attenzione costante all’innovazione, alla tecnologia, ai
mercati a maggiore valore aggiunto. E diciamocelo: tante imprese
italiane in questi anni sono riuscite a posizionarsi a livello mondiale
nel sistema di qualità come testimoniano i dati sull’export e la tenuta
della creatività. Ma dall’altra c’è la responsabilità dell’impresa nei
confronti della comunità che la circonda».
Abete
riconosce l’impasse in cui rischia di restare intrappolato il Paese in
questo momento. «C’è una grande difficoltà della politica nei rapporti
con i cittadini e con espressioni della società quali possono essere le
aziende». Non per sola colpa della politica, attenzione: «Molto più
facile - a proposito dell’ondata di disaffezione verso le istituzioni -
andare contro che costruire insieme. Ma è proprio in questo vuoto che
può trovare spazio la nostra azione di imprenditori cristiani: anche
nelle sfide della competitività possiamo testimoniare il nostro - fare
per - in alternativa al - fare contro ».
Proprio per questo, dal
governo che sta mettendo a punto la Finanziaria l’Ucid si attende non
tanto gli sgravi fiscali quanto «un’impostazione generale che riporti
l’etica del bene comune al centro del dibattito», dice ancora Carpinetti.
E se Abete definisce la Finanziaria «di riconciliazione», più esigente si conferma il sociologo Giuseppe De Rita «Più degli sgravi serve un disegno complessivo».
De Rita: «Finanziaria poco efficace» Abete: «Profitto e responsabilità»
De Rita,
già presidente dell’associazione, che boccia completamente l’utilizzo
del tesoretto («la redistribuzione è una presa in giro») e promuove a
metà la manovra: «Se la Finanziaria del 2007 era troppo ideologica e
attenta ad accontentare anche poco ma tutti - spiega quella di
quest’anno è più mirata alle imprese. Ma non sono convinto che possa
risultare efficace: manca un senso complessivo». In altre parole, una
visione di lungo periodo.
Bene allora la riduzione delle imposte, conviene l’attuale presidente Ucid, Angelo Ferro,
ma «è solo lo stimolo per iniziare a rivedere l’intera politica
industriale del Paese: pensiamo forse che gli 1,2 miliardi di lavoratori
immessi nel mercato dai Peasi asiatici siano colpa della legge Biagi?
Pensiamo che garantire un posto a vita sia la scelta premiante? Oggi
siamo tutti precari». Caro Montezemolo, sembra allora concludere Ferro:
d’accordo le tasse, ma «la vera rivoluzione economica per le imprese e
per il Paese non può che essere la formazione continua. A tutti i
livelli, per tutte le categorie».
Marco Girardo inviato dell'Avvenire
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