martedì 7 ottobre 2008

Appello dell'UCID al Congresso per l'anniversario dei 60 anni

L’Ucid: imprenditori, la sfida della creatività
l’appello dei vari relatori UCID

Carpinetti: «Basta lamenti e richieste, dobbiamo fare» Ferro: «Le tasse? Falso problema»
Basta lamentarsi, ci sono almeno 20mila imprese in Italia che possono competere sui mercati internazionali. Basta spendere tutte le energie istituzionali nel chiedere tagli di tasse e cunei vari: bisogna rimboccarsi le maniche perché «non stiamo messi peggio di altri grandi Paesi» e perché «le nostre aziende hanno dimostrato nel contesto difficile degli ultimi anni di avere conservato creatività e talento».
D’accordo, il contesto è l’«Arsenale della Pace» di Torino, profetico e felice ossimoro di Ernesto Olivero. Ma provoca un leggero smarrimento - nel clima di conflittualità e di antipolitica che impregna da mesi il dibattito nel Paese - sentire parole d’ottimismo da una categoria spesso auto­definitasi «in trincea» come quella degli imprenditori.
Eppure, a interpellare i vertici dell’Ucid nel 60° anniversario dell’associazione sui temi di stretta attualità, quello che se ne ricava è un pacato invito a piantarla con i piagnistei e a guardare avanti. Caro Matteo Colaninno, sembra dire ad esempio il delegato per il Movimento Giovanile, Alberto Carpinetti, al collega e amico che guida i giovani di Confindustria riuniti in questi stessi giorni a Capri: «Come imprenditori abbiamo delle fortune che altri non hanno: più che chiedere dobbiamo fare».
E in tale prospettiva gli imprenditori cristiani possono essere quella «minoranza creativa» ­l’espressione è di BenedettoXVI, nell’invito che ha fatto lo corso anno in udienza privata agli ucidini - che così Carpinetti declina: «Il dono di avere delle responsabilità professionali e dei forti valori morali ci danno davvero delle opportunità in più che dobbiamo mettere al servizio della società».
In perfetta sintonia Giancarlo Abete, presidente della Figc e vicepresidente dell’Ucid: «Il doppio ruolo dell’imprenditore è da una parte quello di creare profitto, e questo vuol dire un’attenzione costante all’innovazione, alla tecnologia, ai mercati a maggiore valore aggiunto. E diciamocelo: tante imprese italiane in questi anni sono riuscite a posizionarsi a livello mondiale nel sistema di qualità come testimoniano i dati sull’export e la tenuta della creatività. Ma dall’altra c’è la responsabilità dell’impresa nei confronti della comunità che la circonda».
Abete riconosce l’impasse in cui rischia di restare intrappolato il Paese in questo momento. «C’è una grande difficoltà della politica nei rapporti con i cittadini e con espressioni della società quali possono essere le aziende». Non per sola colpa della politica, attenzione: «Molto più facile - a proposito dell’ondata di disaffezione verso le istituzioni - andare contro che costruire insieme. Ma è proprio in questo vuoto che può trovare spazio la nostra azione di imprenditori cristiani: anche nelle sfide della competitività possiamo testimoniare il nostro - fare per - in alternativa al - fare contro ­».
Proprio per questo, dal governo che sta mettendo a punto la Finanziaria l’Ucid si attende non tanto gli sgravi fiscali quanto «un’impostazione generale che riporti l’etica del bene comune al centro del dibattito», dice ancora Carpinetti.
E se Abete definisce la Finanziaria «di riconciliazione», più esigente si conferma il sociologo Giuseppe De Rita «Più degli sgravi serve un disegno complessivo».
De Rita: «Finanziaria poco efficace» Abete: «Profitto e responsabilità»
De Rita, già presidente dell’associazione, che boccia completamente l’utilizzo del tesoretto («la redistribuzione è una presa in giro») e promuove a metà la manovra: «Se la Finanziaria del 2007 era troppo ideologica e attenta ad accontentare anche poco ma tutti - spiega ­quella di quest’anno è più mirata alle imprese. Ma non sono convinto che possa risultare efficace: manca un senso complessivo». In altre parole, una visione di lungo periodo.
Bene allora la riduzione delle imposte, conviene l’attuale presidente Ucid, Angelo Ferro, ma «è solo lo stimolo per iniziare a rivedere l’intera politica industriale del Paese: pensiamo forse che gli 1,2 miliardi di lavoratori immessi nel mercato dai Peasi asiatici siano colpa della legge Biagi? Pensiamo che garantire un posto a vita sia la scelta premiante? Oggi siamo tutti precari». Caro Montezemolo, sembra allora concludere Ferro: d’accordo le tasse, ma «la vera rivoluzione economica per le imprese e per il Paese non può che essere la formazione continua. A tutti i livelli, per tutte le categorie».

Marco Girardo inviato dell'Avvenire