giovedì 30 marzo 2006

Come sarebbe bello rivivere il periodo del Dolce Stil Novo.

Avvisiamo subito coloro che si sentono confusi o che sono arrivati a questo articolo, tramite un qualsiasi motore di ricerca, che non parleremo sicuramente del movimento nato nel ‘200 del millennio precedente, bensì degli Stili di Leadership dei nostri imprenditori, specialmente di quelli delle piccole imprese.
E’ un tema quello della Leadership, che da diversi anni è al primo posto nella graduatoria delle variabili che condizionano le relazioni interne aziendali.
Il concetto di leadership richiama immediatamente quello di autorità. Ma sono sinonimi questi termini? Forse no, proviamo ad analizzarli entrambi:
  • la leadership è un concetto più concreto e comportamentale, consiste infatti nella capacità di indirizzo e supervisione dei comportamenti organizzativi dei propri collaboratori, nell’ambito di una specifica unità aziendale affidata;
  • l’autorità ha carattere più statico e formale: riguarda il potere riconosciuto di determinare il comportamento di altre persone.
Stando così le cose, ci verrebbe di affermare che l’autorità è da intendersi come una componente, necessaria ma non sufficiente, della leadership, che pertanto assume un significato molto più ampio e ricco.
Negli ultimi 30 anni, abbiamo assistito ad alcune metamorfosi della leadership, dovute alla spinta di forze di natura diversa, ad esempio: politiche, sociali, aziendali, più o meno passeggere.
Ci sono state diverse critiche radicali e spesso irrealistiche, che hanno negato l’esercizio e l’essenza di questo principio (quello della leadership), determinando in pratica pericolosi vuoti.
Per effetto di queste spinte, molti responsabili (ai diversi livelli) hanno abdicato ai loro compiti istituzionali di guida. Oggi invece ci si rende più consapevolmente conto che negare le funzioni di autorità e di leadership non ha senso: in qualunque processo sociale o aziendale che sia, esse possono sicuramente essere modificate, adeguate o rilegittimate, ma certamente non è possibile ignorarle né abolirle.
E allora il problema vero consiste nello stabilire:

  1. quale modello della leadership/autorità sia adeguato alle esigenze attuali delle organizzazioni e delle persone che in esse vi operano?
  2. come debba comportarsi chi, per proprio ruolo istituzionale, sia chiamato ad esercitare concretamente questi compiti?

Al fine di rispondere al primo quesito, precisiamo subito che non ha molto senso e non aiuta affatto, il cercare di schematizzare la leadership in prototipi standard e/o preconfezionati, del tipo:
  • autorevole
  • autoritaria
  • partecipativa
  • paternalistica
  • burocratica
  • lassista
  • etc…etc…

I profondi mutamenti per le imprese, avvenuti sia all’esterno (economici, sociali, tecnologici e di mercato) che all’interno (complessità, interdipendenza e dinamismo di strutture e meccanismi operativi), dovrebbero essere utilizzati per riflettere su questa annosa questione della leadership.
Nelle aziende di oggi, il ruolo che ciascuno è chiamato a svolgere, deve essere allineato sempre di più agli obiettivi ed ai risultati complessivi aziendali. E’ vero che le situazioni e i vincoli tecnologico-organizzativi reali sono molto differenziati e caratterizzano in modo diverso le specifiche situazioni aziendali in cui i leader operano. Tuttavia essi con le proprie professionalità e competenze, non solo tecniche, dovrebbero impegnarsi al massimo per raggiungere il giusto “ordine” nelle rispettive aziende. Ma per fare tutto ciò, il leader deve dimostrare prima di tutto a se stesso, di possedere dei valori in cui credere, che abbiamo una solida ispirazione morale e che possano accompagnarlo nell’impegno quotidiano rappresentato dalla ricerca del giusto equilibrio tra gli obiettivi da raggiungere e le esigenze dei propri collaboratori, in quanto individui con proprie caratteristiche di disponibilità, maturità e capacità.
Per il secondo quesito, quello relativo a come debba comportarsi il leader, credo che i seguenti principi, siano vincenti:

  • trattare ogni lavoratore come singolo individuo e garantire nei suoi confronti un’applicazione equa ed equilibrata delle norme e delle prassi;
  • offrire a ciascuno possibilità di sviluppo delle proprie capacità professionali nell’ambito delle occasioni che si determinano nella realtà aziendale;
  • assicurare coerenza di trattamento rispetto al lavoro svolto e al merito individuale;
  • coinvolgere effettivamente ogni collaboratore nelle finalità del lavoro che egli svolge nell’unità organizzativa.

Concludendo

Rileggendo l’articolo con le riflessioni emerse fino a questo punto, mi sovviene alla mente il discorso che il Santo Padre Benedetto XVI ha rivolto agli imprenditori dell’UCID (Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti), riguardante:
·         l’attenzione agli individui in quanto tali,
·         l’obiettivo di tendere ad un’etica che vada oltre la semplice deontologia professionale,
·         la coerenza dell’imprenditore tra la forte convinzione ed il conseguente sforzo operativo,
·         il proposito di valorizzare ogni persona per quello che è e che può dare, secondo i suoi talenti.

Penso sicuramente che il Sommo Pontefice, ci abbia dato una “dritta” e che se volessimo sentire urlare dai nostri collaboratori “mi impegno”, dovremmo fermamente presentare loro la nostra “carta dei valori” in cui “crediamo”. Come il giorno del giuramento al servizio di leva, ricordate?
Ora basta, corro subito a casa a cestinare i numerosi libri di management sulla gestione delle risorse umane e mi dedico alla lettura dell’enciclica “Deus Caritas est” di Papa Ratzinger, credo che in tema di leadership ne sappia molto di più di qualche guru del management di oltre oceano.

   Ruggiero Cristallo

mercoledì 22 marzo 2006

Esortazioni dei Pontefici agli Imprenditori dell' UCID

"Il destino di una società dipende sempre da minoranze creative. I cristiani credenti dovrebbero concepire se stessi come una tale minoranza creativa e contribuire a che l'Europa riacquisti nuovamente il meglio della sua creatività e sia così a servizio dell'intera umanità".
(Benedetto XVI)

"Esorto la Vostra Benemerita Unione ad adoperarsi instancabilmente al fine che le leggi economiche siano sempre al servizio dell'Uomo, che abbia sempre il primato che gli compete."
(Giovanni Paolo II)

lunedì 20 marzo 2006

Riepilogo incontri con il Santo Padre.

Incontri con il Santo Padre:

sabato 4 marzo 2006
mercoledì 15 marzo 2006
domenica 19 marzo 2006

sabato 4 marzo 2006

Discorso del SANTO PADRE all' UCID

Alle ore 12, del 4 Marzo 2006, nell’Aula Paolo VI, il Santo Padre Papa Benedetto XVI ha ricevuto in Udienza i Soci dell’Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti (U.C.I.D.), ed ha rivolto loro il discorso che pubblichiamo di seguito:
DISCORSO DEL SANTO PADRE:
"Signor Cardinale, cari amici dell’Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti!
Sono lieto di accogliervi e di rivolgere a ciascuno di voi il mio cordiale saluto. Un pensiero particolare va al Cardinale Ennio Antonelli, che ha interpretato i comuni sentimenti. Lo ringrazio per l’indirizzo, come grato sono anche al Presidente dell’UCID per le cortesi parole con cui ha introdotto il nostro incontro, presentando le motivazioni e lo stile del vostro impegno personale e associativo. Mi ha colpito, in special modo, il proposito da voi manifestato di tendere ad un’etica che vada oltre la semplice deontologia professionale – anche se, nell’attuale contesto, questo già non sarebbe poco. Questo mi ha fatto pensare al rapporto tra giustizia e carità, al quale ho dedicato una specifica riflessione nella seconda parte dell’Enciclica Deus caritas est (nn. 26-29). Il cristiano è chiamato a cercare sempre la giustizia, ma porta in sé la spinta dell’amore, che va oltre la stessa giustizia. Il cammino compiuto dai laici cristiani, dalla metà dell’Ottocento ad oggi, li ha condotti alla consapevolezza che le opere di carità non debbono sostituirsi all’impegno per la giustizia sociale. La dottrina sociale della Chiesa e soprattutto l’azione di tante aggregazioni di ispirazione cristiana, come la vostra, dimostrano quanta strada abbia compiuto la Comunità ecclesiale su questo argomento. In questi ultimi tempi, grazie anche al magistero e alla testimonianza dei Romani Pontefici, ed in particolare dell’amato Papa Giovanni Paolo II, è più chiaro in tutti noi come giustizia e carità siano i due aspetti inseparabili dell’unico impegno sociale del cristiano. Ai fedeli laici, in modo particolare, compete di operare per un giusto ordine nella società, partecipando in prima persona alla vita pubblica, cooperando con gli altri cittadini sotto la loro personale responsabilità (cfr Deus caritas est, 29). Proprio nel fare questo essi sono animati dalla "carità sociale", che li rende attenti alle persone in quanto persone, alle situazioni di maggiore difficoltà e solitudine, ed anche ai bisogni non materiali (cfr ivi, 28b). Due anni fa, grazie al Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, è stato pubblicato il Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa. Si tratta di uno strumento formativo quanto mai utile per tutti coloro che intendono lasciarsi guidare dal Vangelo nella loro attività lavorativa e professionale. Sono certo che esso sia stato oggetto di attento esame anche da parte vostra ed auspico che, per ciascuno di voi e per le sezioni locali dell’UCID, diventi un punto di riferimento costante nell’esaminare le questioni, nell’elaborare i progetti, nel cercare le soluzioni per i complessi problemi del mondo del lavoro e dell’economia. In effetti, è proprio in questo ambito che voi realizzate una parte irrinunciabile della vostra missione di laici cristiani, e quindi del vostro cammino di santificazione. Ho, inoltre, visto con interesse la "Carta dei valori" dei giovani dell’UCID e mi congratulo per lo spirito positivo e di fiducia nella persona umana che la anima. Ad ogni "credo" essa unisce un "mi impegno", puntando così sulla coerenza tra una forte convinzione e un conseguente sforzo operativo. In particolare, ho apprezzato il proposito di valorizzare ogni persona per quello che è e che può dare, secondo i suoi talenti, rifuggendo da ogni forma di sfruttamento; come pure l’importanza riconosciuta alla famiglia e alla responsabilità personale. Si tratta di valori che purtroppo, anche a causa delle attuali difficoltà economiche, rischiano spesso di non essere seguiti dagli imprenditori che sono privi di solida ispirazione morale. Per questo è indispensabile l’apporto di quanti la attingono dalla loro formazione cristiana, che a maggior ragione non va mai data per scontata, ma sempre deve essere alimentata e rinnovata. Cari amici, tra pochi giorni celebreremo la solennità di san Giuseppe, Patrono dei lavoratori. Sicuramente nella storia della vostra Associazione la sua venerazione è stata sempre presente. Da parte mia, che ne porto anche il nome, sono lieto oggi di potervelo indicare non solo quale celeste protettore e intercessore per ogni benemerita iniziativa, ma prima ancora come confidente della vostra preghiera, del vostro impegno ordinario, certamente costellato di soddisfazioni e di delusioni, della vostra quotidiana e, direi, tenace ricerca della giustizia di Dio nelle cose umane. Proprio san Giuseppe vi aiuterà a mettere in pratica l’impegnativa esortazione di Gesù: "Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia" (Mt 6,33). Vi assista sempre anche la Vergine Maria con i grandi testimoni della carità sociale, che hanno diffuso con il loro insegnamento e la loro azione il Vangelo della carità. Vi accompagni, infine, la Benedizione Apostolica, che di cuore imparto a voi qui presenti, estendendola volentieri a tutti i soci ed ai vostri familiari."  (Benedetto XVI)